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martedì 23 dicembre 2008
giovedì 11 settembre 2008
Helvetica
Spinto dal tuo post, mi introduco nella tua rubrica per scrivere di un altro font: l’helvetica.
Lo si vede ovunque, forse troppo anche ma non si può dire che “non funzioni” e che vada bene un po’ con tutto, come il nero.
Rimane tutt’oggi un carattere attuale nonostante i suoi cinquantun’anni…e se non vado errato c’hanno fatto anche un film. Per incarico di Eduard Hoffman, direttore della Haas, un ex impiegato e progettista freelance: Miedinger creo questo set di caratteri; d’apprima chiamato “Neue Haas Grotesk”, cambiato in seguito in “Helvetica” (derivato dal latino per gli svizzeri).
La serie fu introdotta nel 1961 dalla Stempel e Linotype nel bel mezzo di un’onda rivoluzionaria nel campo del lettering e ben presto il font svizzero acquisì una gran popolarità facendo subito breccia nelle agenzie pubblicitarie e negli studi grafici.
L’Helvetica si vede ovunque; nei marchi, nelle decorazioni per automezzi, brochure, depliant e addirittura nelle stampe d’arte.
Caratteristica tipica di questo carattere è la sua eleganza unita ad un tecnicismo molto apprezzato dai grafici di scuola svizzera per la sua essenzialità e risolutezza formale.
L’inclusione nella grafica digitale fu nel 1984 nei font di sistema Macintosh…grazie Steve!
Lo si vede ovunque, forse troppo anche ma non si può dire che “non funzioni” e che vada bene un po’ con tutto, come il nero.
Rimane tutt’oggi un carattere attuale nonostante i suoi cinquantun’anni…e se non vado errato c’hanno fatto anche un film. Per incarico di Eduard Hoffman, direttore della Haas, un ex impiegato e progettista freelance: Miedinger creo questo set di caratteri; d’apprima chiamato “Neue Haas Grotesk”, cambiato in seguito in “Helvetica” (derivato dal latino per gli svizzeri).
La serie fu introdotta nel 1961 dalla Stempel e Linotype nel bel mezzo di un’onda rivoluzionaria nel campo del lettering e ben presto il font svizzero acquisì una gran popolarità facendo subito breccia nelle agenzie pubblicitarie e negli studi grafici.
L’Helvetica si vede ovunque; nei marchi, nelle decorazioni per automezzi, brochure, depliant e addirittura nelle stampe d’arte.
Caratteristica tipica di questo carattere è la sua eleganza unita ad un tecnicismo molto apprezzato dai grafici di scuola svizzera per la sua essenzialità e risolutezza formale.
L’inclusione nella grafica digitale fu nel 1984 nei font di sistema Macintosh…grazie Steve!
Scimmie, lo Zen e qualche daiquiri
Qualcuno ha scritto che lasciando 500 scimmie davanti ad altrettante macchine da scrivere per un periodo di tempo illimitato, queste se ne uscirebbero matematicamente con il più grande romanzo di tutti i tempi.
Immagine certamente bizzarra (specialmente se immaginiamo le scimmie sorseggiare un daiquiri con l’espressione annoiata dello scrittore arrivato), ma non priva di senso.
La tesi perorata dai dotti primati definisce il processo creativo come un percorso che conduce chiunque, prima o poi, all’eccellenza. Le opere mediocri si spiegano con la mancanza di perseveranza, l’arrestarsi prima di raggiungere l’inevitabile perfezione.
Se tutti noi avessimo tempo infinito per completare le nostre opere - siano esse romanzi, dichiarazioni dei redditi o lavori a maglia, avremmo forse la certezza assoluta della loro qualità?
Il genio, la fantasia… Quel je-ne-sais-quoi indefinibile che separa il sublime dal mediocre sono quindi solo una questione di intuito spicciolo? Forse un artista geniale è solo più abile a scremare velocemente la propria visione di tutti gli elementi inutili, a trovare una scorciatoia per quella destinazione che vedrebbe l’uomo (o la scimmia) comune arrivare dopo anni ed anni di lavoro indefesso?
O forse ognuno di noi è dotato di creatività e operatività uniche, che non vanno vincolate ad un astratto concetto di perfezione, con buona pace di Aristotele e del pensiero classico?
A noi - in tutta sincerità - questa storiella piace principalmente perchè ci sono delle scimmie (noterete che le abbiamo inserite nel sito dell’agenzia).
E delle macchine da scrivere.
Immagine certamente bizzarra (specialmente se immaginiamo le scimmie sorseggiare un daiquiri con l’espressione annoiata dello scrittore arrivato), ma non priva di senso.
La tesi perorata dai dotti primati definisce il processo creativo come un percorso che conduce chiunque, prima o poi, all’eccellenza. Le opere mediocri si spiegano con la mancanza di perseveranza, l’arrestarsi prima di raggiungere l’inevitabile perfezione.
Se tutti noi avessimo tempo infinito per completare le nostre opere - siano esse romanzi, dichiarazioni dei redditi o lavori a maglia, avremmo forse la certezza assoluta della loro qualità?
Il genio, la fantasia… Quel je-ne-sais-quoi indefinibile che separa il sublime dal mediocre sono quindi solo una questione di intuito spicciolo? Forse un artista geniale è solo più abile a scremare velocemente la propria visione di tutti gli elementi inutili, a trovare una scorciatoia per quella destinazione che vedrebbe l’uomo (o la scimmia) comune arrivare dopo anni ed anni di lavoro indefesso?
O forse ognuno di noi è dotato di creatività e operatività uniche, che non vanno vincolate ad un astratto concetto di perfezione, con buona pace di Aristotele e del pensiero classico?
A noi - in tutta sincerità - questa storiella piace principalmente perchè ci sono delle scimmie (noterete che le abbiamo inserite nel sito dell’agenzia).
E delle macchine da scrivere.
sabato 16 agosto 2008
Il Ritorno dei Copy viventi
Con l’arrivo del freddo vento autunnale, si avvicinano le festività più macabre e cupe.
Senza scomodare l’arcinota Halloween (festività di altre latitudini che a furia di passaggi televisivi e cinematografici si è guadagnata la cittadinanza onoraria nell’immaginario collettivo), l’esotico Dia de los Muertos messicano o le antiche celebrazioni celtiche, basterebbe semplicemente citare il nostranissimo due novembre per “creare l’atmosfera”, come e meglio dell’ad di un celebre Brandy parato a lutto.
Il mio personalissimo contributo alle tetre celebrazioni è il link a The Advertising Graveyard, il Cimitero della Pubblicità. Idee e concept strappati alla vita PRIMA di raggiungere il grande pubblico sorgono dai loro faldoni funerari dimenticati in sepolcrali archivi, affamati dell’attenzione dei viventi.
Il pubblicitario statunitense Jeffrey Zeldman ha messo assieme una collezione di concept scartati dai committenti perchè obiettivamente troppo audaci (alcuni travalicano abbondantemente i limiti del buon gusto) o perchè non compresi fino in fondo dal cliente.
Lentamente i concept menomati, i bozzetti raffazzonati, le grottesche idee appena abbozzate strisciano da una pagina del sito all’altra, nella loro muta sete di vendetta verso chi li seppellì con un “pensavamo a qualcosa di meno…estremo”.
Tremate, poveri mortali.
Le idee son tornate.
Senza scomodare l’arcinota Halloween (festività di altre latitudini che a furia di passaggi televisivi e cinematografici si è guadagnata la cittadinanza onoraria nell’immaginario collettivo), l’esotico Dia de los Muertos messicano o le antiche celebrazioni celtiche, basterebbe semplicemente citare il nostranissimo due novembre per “creare l’atmosfera”, come e meglio dell’ad di un celebre Brandy parato a lutto.
Il mio personalissimo contributo alle tetre celebrazioni è il link a The Advertising Graveyard, il Cimitero della Pubblicità. Idee e concept strappati alla vita PRIMA di raggiungere il grande pubblico sorgono dai loro faldoni funerari dimenticati in sepolcrali archivi, affamati dell’attenzione dei viventi.
Il pubblicitario statunitense Jeffrey Zeldman ha messo assieme una collezione di concept scartati dai committenti perchè obiettivamente troppo audaci (alcuni travalicano abbondantemente i limiti del buon gusto) o perchè non compresi fino in fondo dal cliente.
Lentamente i concept menomati, i bozzetti raffazzonati, le grottesche idee appena abbozzate strisciano da una pagina del sito all’altra, nella loro muta sete di vendetta verso chi li seppellì con un “pensavamo a qualcosa di meno…estremo”.
Tremate, poveri mortali.
Le idee son tornate.
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